CALIGINE

Un altro mio testo preso da “Incubo”.

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Caligine dentro una nebbia e il pulviscolo.
Nel Profondo, c’è il mondo a me dato, che è un microcosmo del microcosmo nell’intimo dell’essere intrinseco.
Creo- recondito- e plasmo, quello che approccio, con i miei occhi, disgusto per quello è palpabile, generoso verso l’umano che cammina con passo sicuro e incerto.
Mimetizzo il mio apparire, gli altri mi vedono, ma non discernano le tenebre dei miei segreti, oculati e celati al di dentro del mio mondo.
Maschero il mio sorriso e diffondo la dissimulazione dell’occulto personale, regno della mia sub coscienza.
Traspare, i miei pori sudano “pensiero” amorale, verso il diffondere di segnali che attirano le mie conquiste.
Prendo possesso di un arcano segreto, ospite e conquista, voglio sperimentare, ho la volontà di innalzarmi, salire per le pendici delle montagne inconoscibili.
Scalare le vette della supremazia, discenderne i tratti occultati, che devo carpire, e conquistare, attirare con la mia potenza, senza arrendermi, a quello che è già in mio possesso.
Abito nel regno dell’oscuro, vivo e dimoro, nell’antro di una dimora, latente a un “occhio corretto”.
Sento, l’ho provato nella crescita della mia conoscenza, in una realtà artefatta, tangibile, che evidenziava il trasparire della verità ufficiale.
Ho fatto un passo, che mi portava verso una vertigine che mi afferrava, ma disconosceva allo stesso modo, nello stesso momento (almeno cosi io ho udito), quello che avevo ghermito.
Ho fatto un passo successivo, questo, mi ha artigliato, non voleva ma mi spronava, capiva che l’attorno, stava premendo, sospingendomi all’indietro, un passato che io non potevo vedere, non volevo capire, che era riposto su un piano intimo e sordo alla conoscenza di un oggetto provato, riflessivo e equilibrato.
Sono mai stato riflessivo?
La foschia attutisce il volgere del tempo che muore.
Ero davanti a un dirupo scosceso, volevo succedere al mio passato, annientare quello che avevo provato, le mie dimore erano annientate, le dovevo oltrepassare, saggiare la natura dell’uomo, sporgermi verso l’inconoscibile, abitare il non abitato, appropriarmi e succedere al cadavere delle passate conoscenze.
Mi piaceva, nonostante un flebile tremore, la nebbia che s’ispessiva quando scendevo nelle tenebre del mio sub strato, dove tutto diventava oscuro, latente, cupo rilevare che davanti non avevo nulla per cui continuare.
La parte sotterranea aumentava il mio forte odore che eccitava la mente.
Sentivo, e provavo una potente sensazione, nella nientificazione della realtà, mi cibavo dello scheletro della mia conoscenza, esanime davanti a me.
Uno scricchiolio latente, era celato, alla mia vita, inattivo e dormiente, lo percepivo, annusavo il suo marcio decomporsi di elementi, corpo e massa, entità fisica, sostanza organica.

Nella parte tangibile esisteva la realtà visibile, che assorbiva pezzi di spezzoni e momenti, e li ritraeva a se, esercitando una chimera utopistica, fatta di qualità, e considerazione, virtù e demeriti, sostanze e contenuti in cui farsi assorbire e inghiottire.
Oscuramento e contrazione nel luogo sepolto della società.
Ero rattrappito, mentre scendevo verso un mondo oscuro, deformavo il mio essere, e mi mettevo a scrutare la lontananza di un paesaggio, che separava un mondo conosciuto a priori, da luogo della disconoscenza, privato di una luce feconda della ressa dell’uomo comune.
Più mi avvicinavo a quello che io potevo considerare la mia metà, più ne ero allontanato, il bene che io ricercavo si confondeva,annullava e dissolveva, nel bene del “bene e del male”, e dovevo fermarmi..la mia metà, è un luogo a cui posso arrivare?
Voglio sporgermi al limite, e gustare il succulento pasto che è chiamata “umanità”, assaporare e brandire questo grande idioma chiamato “coscienza”, e sterminare questo smisurato “reale”.
Incupimento in un fenomenico bagliore sfumato.

 

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